martedì 8 febbraio 2011

Da dove vengono e dove abitano gli immigrati in Italia oggi?




Riprendiamo, con l’ausilio delle oramai famose carte geo-politiche della Rivista Limes, coordinata e diretta da Lucio Caracciolo , un inchiesta sull’Italia oggi e sul ruolo ed influenza dell’immigrazione sul nostro destino futuro ( carte di Laura Canali)

La carta illustra i principali flussi migratori verso l’Italia. Divise per nazioni e continenti, le cifre (in migliaia di persone) dimostrano che la maggior parte degli immigrati presenti nel nostro Paese, provengono dall’Europa dell’Est e dal Maghreb. Nella mappa possiamo inoltre osservare come esistano vere e proprie “nazioni-base” per il transito organizzato di persone, come ad esempio Libia, Turchia ed i Paesi dell’ex-Yugoslavia.

Oggi vivono da noi circa 4 milioni di stranieri, di cui almeno mezzo milione clandestini. Su quasi 60 milioni di abitanti, si tratta del 6,7% della popolazione. Siamo in proporzione il paese al mondo che attrae più migranti. Un flusso vorticoso, ingestibile dallo Stato, orientato dalle singole comunità etniche e dai loro capi, intermediari fra paese d’origine e Belpaese d’accoglienza o di transito. Abbiamo in casa un mondo variopinto: i sei principali ceppi d’immigrati – composti largamente da giovani, dei quali uno su dieci nato in Italia – provengono da Romania, Albania, Marocco, Cina, Ucraina e Filippine. Tendono a concentrarsi al Centro-Nord, soprattutto in Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio. Tutti gli indicatori confermano che stante il bassissimo tasso di fecondità delle donne italiane (metà rispetto a quello delle immigrate), il nostro primato mondiale quanto a ultrasessantenni e al rapporto fra anziani inattivi e forze di lavoro, le assai selettive vocazioni lavorative degli italiani di nascita e le necessità di industria, agricoltura e servizi, il nostro futuro dipende dall’integrazione degli immigrati. In specie delle seconde generazioni – o prime e mezzo, grazie ai ricongiungimenti. Gli italiani del XXI secolo saranno sempre meno bianchi e cristiani o non saranno.




La carta illustra, attraverso una serie di grafici per ogni regione italiana, l’entità numerica di cittadini stranieri e immigrati residenti. Si può notare come le regioni che ospitano il maggior numero di persone immigrate sono la Lombardia ed il Piemonte, seguite dal Veneto. Una conseguenza naturale, come è possibile osservare sulla mappa, è che il Nord è l’area dove maggiore è l’impatto dell’immigrazione. Grazie ai grafici, possiamo intuire facilmente che, fra le varie etnie e popolazioni immigrate, quella romena è la più numerosa con una particolare concentrazione nel Lazio ed in Piemonte. Al secondo posto, in termini di entità numerica, troviamo i marocchini, residenti soprattutto al Nord, in particolare in Emilia Romagna. Seguono gli albanesi (in Puglia, Lombardia e nelle regioni centrali) ed infine i cinesi, sparsi in maniera abbastanza omogenea su tutto il territorio italiano.








La carta illustra l’attrazione italiana verso il Sud, in particolare l’area del Maghreb. Nel bene e nel male, l’Italia è sempre più geopoliticamente legata all’area meridionale del Mar Mediterraneo. Con tutto quello che ciò può comportare in termini di rischi e opportunità. Dal Nordafrica partono i principali flussi di clandestini e di organizzazioni criminali. Flussi che non seguono soltanto la direttrice nord-sud ma anche est-ovest, ovvero dal Grande Medio Oriente e dalla Russia. La mappa ci illustra anche i principali centri nella rete dell’immigrazione illegale, tra cui Tripoli, Mosca, Bucarest e Belgrado. Libia e Algeria però possono rappresentare anche una fonte di ricchezza per l’Italia, dato che nell’area sahariana sono presenti giacimenti di gas e petrolio. Se l’at trazione verso sud si fa sempre più forte, è anche vero che l’Italia sta perdendo influenza e peso all’interno del concerto europeo, in particolare nell’UE, con la Svizzera che quasi simbolicamente rappresenta una barriera verso il Nord.
Per quanto riguarda i rapporti transatlantici, con la nuova amministrazione americana i rapporti non sono più idilliaci come una volta, caratterizzati da una velata freddezza. Quet’ultimo un elemento assente nei rapporti con Mosca che con il temposi sono fatti sempre più forti.

Sul fronte esterno, l’origine mediterranea dei flussi principali (Balcani e Maghreb in testa) può contribuire a riconnetterci al nostro “estero vicino”. Il Mediterraneo sarà l’area privilegiata del nuovo sviluppo italiano, quando mai riprenderemo a correre. Qui si gioca la nostra capacità di riproiettarci nel mondo, di svolgere una funzione geopolitica riconosciuta dalle maggiori potenze e anzitutto dai partner europei. Dovremmo guardare al mare che ci bagna con speranza e progetto, invece che con sospetto, se non terrore. Il destino d’Italia non dipende da Lampedusa, da cui entra peraltro una frazione dei clandestini. Discende da una proiezione geopolitica, economica e culturale che possa avvicinare l’ideale di un nuovo circuito mediterraneo, di cui l’Italia si troverebbe al centro ma per cui ancora non è né strutturalmente né psicologicamente attrezzata.

La carta illustra la diffusione e le principali direttrici di penetrazione delle maggiori organizzazioni criminali in Italia. Oltre a Cosa Nostra, Camorra, ‘Ndrangheta e Sacra Corona Unita, possiamo osservare la presenza da qualche decennio ormai della mafia russa, di quella albansese, di quella cinese e nigeriana. Mentre il Sud appare come il regno incontrastato delle mafie autoctone, che tendono a diffondersii verso Nord, quelle “straniere” vedono un importante radicamento soprattutto in Italia settentrionale e nel Lazio.

Trascurando gli immigrati e le loro principali aree di origine – il vicino Sud e l’Est – saremmo esposti alle peggiori minacce. Subire anziché organizzare la trazione della Penisola verso le sponde meridionali e orientali accentuerebbe la lottizzazione dei nostri territori a favore di entità criminali, tollerate quando non supportate da alcuni Stati di origine perché le rimesse della diaspora, non importa come accumulate, ne sostengono le economie. Si produrrebbe così l’ulteriore frammentazione del paese. Alle regioni meridionali già cedute alle mafie si sommerebbero i ghetti del Centro-Nord, incistati nelle nostre città, a completare la decostruzione dell’Italia. I gruppi criminali immigrati optano infatti per le aree dove non si esercita la sovranità effettiva della ‘ndrangheta, della camorra o di Cosa Nostra, ma quella meno cogente della repubblica. Nella più cupa delle ‘Italie’ possibili il Sud e parte del Centro-Nord sarebbe oppresso dalle società criminali nostrane, il resto solcato dalle omologhe confraternite balcaniche o nigeriane, russofone o maghrebine (carta a colori 4). Un buco nero destinato a germinare ideologie razzistiche, con relativa proliferazione di scontri fra “italiani” e diaspore armate a proteggere i rispettivi ghetti.

Lucio Caracciolo
Limes 04/03/09

Preso da:

La carta illustra la diffusione e le principali direttrici di penetrazione delle maggiori organizzazioni criminali in Italia. Oltre a Cosa Nostra, Camorra, ‘Ndrangheta e Sacra Corona Unita, possiamo osservare la presenza da qualche decennio ormai della mafia russa, di quella albansese, di quella cinese e nigeriana. Mentre il Sud appare come il regno incontrastato delle mafie autoctone, che tendono a diffondersii verso Nord, quelle “straniere” vedono un importante radicamento soprattutto in Italia settentrionale e nel Lazio.

Trascurando gli immigrati e le loro principali aree di origine – il vicino Sud e l’Est – saremmo esposti alle peggiori minacce. Subire anziché organizzare la trazione della Penisola verso le sponde meridionali e orientali accentuerebbe la lottizzazione dei nostri territori a favore di entità criminali, tollerate quando non supportate da alcuni Stati di origine perché le rimesse della diaspora, non importa come accumulate, ne sostengono le economie. Si produrrebbe così l’ulteriore frammentazione del paese. Alle regioni meridionali già cedute alle mafie si sommerebbero i ghetti del Centro-Nord, incistati nelle nostre città, a completare la decostruzione dell’Italia. I gruppi criminali immigrati optano infatti per le aree dove non si esercita la sovranità effettiva della ‘ndrangheta, della camorra o di Cosa Nostra, ma quella meno cogente della repubblica. Nella più cupa delle ‘Italie’ possibili il Sud e parte del Centro-Nord sarebbe oppresso dalle società criminali nostrane, il resto solcato dalle omologhe confraternite balcaniche o nigeriane, russofone o maghrebine (carta a colori 4). Un buco nero destinato a germinare ideologie razzistiche, con relativa proliferazione di scontri fra “italiani” e diaspore armate a proteggere i rispettivi ghetti.

Lucio Caracciolo
Limes 04/03/09

Preso da:

L'immigrazione in Italia: i numeri

Preso da: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/infografica/201003articoli/52694girata.asp

Italia: aumentano gli immigrati

[Bolpress]

Nonostante la crisi economica e occupazionale e in particolar modo il “pacchetto sicurezza” che considera l’immigrazione clandestina un reato, gli immigrati continuano a scegliere l’Italia come paese in cui emigrare. Secondo dati della Caritas, nella penisola italiana la presenza documentata di stranieri ha raggiunto i 5 milioni, che rappresentano il 7,2% della popolazione totale, superando la media di 6,5% dell’Unione Europea e se si considerano i clandestini la percentuale è superiore al 10%.

Il famoso “pacchetto sicurezza”, legge proposta da un piccolo partito xenofobo radicato nel nord Italia e grande alleato del partito di Berlusconi, non piace né alla Conferenza Episcopale Italiana né al Vaticano stesso. I vescovi italiani hanno spiegato che l’azione dell’attuale governo di comparare l’immigrato con il delinquente ha creato tutta una serie di opinioni erronee e non giustificabili. Papa Benedetto XVI ricevendo i partecipanti nel Congresso Mondiale Pastorale per gli immigrati che si celebra a Roma, ha affermato che tanti immigrati abbandonano il loro paese per scappare da condizioni di vita umanamente inaccettabili e nonostante questo non trovano l’accoglienza che speravano”.

L’aumento annuale è di circa 250.000 unità di cui la maggioranza sono di origine europea, soprattutto appartenenti a paesi dell’Europa dell’est (con il 53.6%), seguono gli africani (22.4%), gli asiatici (15,8%) e i sudamericani (8.1%). Generalmente scelgono il nord Italia per vivere e lavorare contribuendo per un decimo alla ricchezza italiana (prodotto interno lordo).

Il dossier statistico realizzato dalla Caritas mostra un fenomeno di enormi dimensioni, mettendo in evidenza la mancanza di una reale politica d’integrazione. Di questo 7.2%, la maggioranza ha un’età media di 33 anni. Quasi un milione sono minori e i nati da padre straniero rappresentano il 12.6% delle nascite registrate in Italia.

L’educazione scolastica negli istituti elementari e medi è la prova di fuoco dell’integrazione e delle sue difficoltà. In un dossier la Caritas afferma che con i coetanei italiani, i giovani studenti stranieri condividono tutti i comportamenti. Le ragazze vogliono imitare il modo di vestire, parlare e di fare delle italiane e vogliono l’indipendenza economica e personale. Gli alunni di padre straniero sono quasi 700.000 su un totale di quasi 9 milioni di studenti dei quali il 40% è nato in Italia e si considerano cittadini italiani.

Il dossier della Caritas conferma anche un altro aspetto importante. Il dinamismo e la crescita della popolazione straniera non proviene da una “invasione di massa”, ma da un’evoluzione demografica. La caratteristica dell’immigrato regolare è rappresentata dalla disponobilità a gestirsi in un’ampia gamma di lavori soprattutto nei settori rifiutati dagli italiani.

http://www.bolpress.com/art.php?Cod=2009111205

Preso da: http://italiadallestero.info/archives/8344

Immigrazione, in Italia accanto a Rosarno c'è il buon esempio di Riace.

di Stephan Faris24 Febbraio 2010

Anche se non ci convince fino il fondo il tono un po' paternalistico usato dalla rivista TIME per descrivere il fenomeno migratorio in Italia, abbiamo scelto comunque di offrire ai lettori dell'Occidentale questa lunga inchiesta su come sta cambiando l'Europa Meridionale sotto la spinta della migrazione di massa. La prima puntata di questo lungo viaggio parte proprio dal nostro Paese dove, secondo TIME, la maggioranza degli italiani vive l'integrazione con un misto di rabbia e negazione della realtà. Giudizio duro che fa il paio con una malcelata repulsione verso alcuni pezzi della nostra classe politica come la Lega Nord. Eppure, nonostante quel tocco di orientalismo che caratterizza da sempre lo stile dei reporter anglossassoni quando parlano dei Paesi del Mediterraneo, va dato atto agli autori di aver affrontato il tema con uno sguardo ben angolato: alla prevedibile ricostruzione dei "fatti di Rosarno", infatti, fa da contraltare l'inaspettato esempio di Riace, un altro paesino del "corridoio" calabrese in cui la rabbia si è stemperata nella mitezza e nell'accoglienza, e i nuovi arrivati sono diventati parte integrante della nuova comunità a venire. Nelle puntate successive racconteremo l'immigrazione in Spagna e in Grecia.
E’ da migliaia di anni che l’Europa è meta di emigranti. I primi esseri umani – i primi veri emigranti – si spostarono a nord partendo dall’Africa e attraversando il Medio Oriente. Sin da quei lontanissimi tempi, periodiche ondate migratorie hanno costituito un fattore primario nel ridefinire la popolazione e la cultura del vecchio continente.
Dopo la Seconda guerra mondiale, l’emigrazione si è diretta soprattutto verso il nord Europa, ma negli ultimi tempi, grazie allo sviluppo economico vissuto negli ultimi vent’anni, è stata soprattutto la fascia meridionale del continente ad attirare un numero crescente di persone, in cerca di una vita migliore. Alla metà degli anni Duemila, gli emigranti diretti al sud dell’Europa costituivano il 60% sul totale dei nuovi arrivi. Hanno battuto i martelli del boom edilizio spagnolo, hanno cambiato i pannolini ai neonati greci e hanno sudato nei campi italiani.
La crisi economica ne rallenterà la crescita, ma difficilmente bloccherà questo spostamento demografico, soprattutto perché il rateo di nascita tra gli immigrati è ben più alto di quello del resto della popolazione. “Se c’è una lezione che può essere appresa dall’esperienza in Europa settentrionale, è che gli immigrati temporanei tendono a restare” dice Joaquín Arango, professore di sociologia all’Università Complutense di Madrid. Ed ecco un’altra lezione: quando una società ghettizza i suoi nuovi membri, arrivano i guai. L’Europa meridionale ha bisogno dei suoi immigrati. Adesso ha bisogno di trovar loro un posto. TIME getta uno sguardo a tre paesi che stanno iniziando a rendersi conto di questo fatto.
Il Caso Italia. Quando, lo scorso mese, a Rosarno è esplosa la protesta di centinaia di immigrati africani, il mondo ha potuto vedere per un breve istante un’immagine dell’Italia assai diversa da quella offerta dalle guide turistiche. Automobili ribaltate, vetrine infrante e guerriglia urbana sono l’antitesi del classico paesino toscano quieto e pittoresco, adagiato sulle dolci colline del Chianti. Ma c’è un’altra contraddizione, ben più importante, evidenziata da quello scoppio di violenza, che c’entra pochissimo con la percezione dell’Italia all’estero, ma moltissimo con il modo in cui gli italiani vedono il loro paese. Come nazione, l’Italia sta diventando sempre più multietnica, a causa degli immigrati di Africa, Cina, Europa dell’est e Medio Oriente che arrivano per svolgere quei lavori che gli italiani non vogliono più fare. Ma la società italiana si sta dimostrando molto lenta nel riconoscere questo cambio.
Demograficamente, l’Italia si sta trasformando più velocemente che qualsiasi altro paese europeo. Lo scorso anno, secondo quanto riferito dall’associazione di beneficenza cattolica Caritas, la percentuale di residenti privi di cittadinanza nella penisola era arrivata al 7,2%, più alta che in Gran Bretagna. Il dato non tiene conto di coloro che risiedono in Italia illegalmente, il cui numero si stima attorno al mezzo milione. In una nazione dove la popolazione autoctona sta invecchiando rapidamente, un bambino su sei tra quelli nati nel 2008 ha almeno un genitore di passaporto straniero. La dolce vita (in italiano nel testo, ndt), per di più, sta diventando sempre più dipendente dal lavoro dagli immigrati. L’Organizzazione internazionale per l’emigrazione (OIE) stima che i lavoratori stranieri contribuiscano al 9% del Pil italiano. Raccolgono frutta e verdura nelle campagne, forniscono la manodopera nei ristoranti e nelle fabbriche, accudiscono i bambini e gli anziani. “Se tutti gli immigrati smettessero di lavorare, l’economia italiana crollerebbe” afferma Flavio Di Giacomo, portavoce della OIE.
Ma l’Italia resta aggrappata alle sue abitudini. Rigidi codici di comportamento governano qualunque cosa, dal modo di vestirsi alla scelta del momento giusto per gustarsi un cappuccino. Lungi dall’essere un “melting pot”, l’Italia persiste nella tradizione dei tre pasti al giorno, con la pasta rigorosamente separata dagli antipasti e dal secondo e nessuna considerazione per piatti come humus o involtini primavera. “La gente adesso accetta la presenza degli immigrati – commenta Giuseppe Sciortino, professore di sociologia all’università di Trento – ma continua a negare che si tratti di un fenomeno che cambierà per sempre l’Italia”.
In alcuni posti, la negazione si sta trasformando in rabbia. La rivolta di Rosarno è scoppiata il 7 gennaio, dopo che due immigrati furono colpiti da proiettili di pellet sparati da bianchi. Gli immigrati della città reagirono dando al fuoco automobili e danneggiando negozi, scatenando la rappresaglia dei residenti. “E’ razzismo contro i neri” dice Yakuba Camara, 25enne della Nuova Guinea, una delle prime vittime degli scontri: “Non ho fatto niente, e mi hanno sparato”. Al termine di quel fine settimana, quasi settanta persone – per la maggior parte lavoratori immigrati – erano rimaste ferite. Il Papa esortò alla solidarietà e il governo evacuò un migliaio di immigrati nelle città circostanti, per salvaguardarne l’incolumità.
La zona della Calabria in cui è situata Rosarno si trova sulla punta della penisola italiana. Gli immigrati stagionali – provenienti per lo più da Africa ed Europa dell’est – da tempo lavorano negli agrumeti della regione. Le ore sono tante, le paghe sono spesso inferiori ai trenta euro al giorno. Quando Fabrizio Gatti, un giornalista del periodico L’Espresso, si camuffò da immigrato, nel 2006, rivelò un mondo in cui i maltrattamenti e lo sfruttamento sono la norma. “Nessun contratto, nessun diritto – spiega Gatti; – e così, se non ti pagano, non puoi denunciare la cosa alla polizia”.
L’associazione internazionale Medici senza frontiere in genere opera in zona di guerra, ed è per quello che è famosa nel mondo, ma ha ritenuto le condizioni di quei lavoratori cattive a tal punto da aprire un centro medico tra le fabbriche abbandonate, prive di acqua e di servizi sanitari, in cui vivono gli immigrati. “E’ una popolazione cui non viene dedicata alcuna attenzione, sono vittime di sfruttamento e violenza – dice Sophie Baylac, coordinatrice del programma europeo d’immigrazione di Msf. – Questa situazione... è sintomatica della perdurante trascuratezza che viene riservata ai migranti stagionali”.
Nonostante tale trascuratezza, o forse proprio per questo, l’immigrazione è diventata, in Italia, un argomento scottante. Secondo un sondaggio fatto l’anno scorso, il 69% della popolazione la indica come una delle massime priorità; nel resto d’Europa, il problema è assai meno sentito. Fino ad ora, il tema è stato monopolizzato dalla Lega Nord, partito dichiaratamente contro l’immigrazione, che ha mietuto consensi ponendo l’accento sugli sbarchi di clandestini e sul legame tra stranieri e criminalità. Grazie al sostanziale silenzio della sinistra, molti elettori hanno visto nella retorica della Lega Nord l’unico serio tentativo di affrontare il problema. “La paura verso gli immigrati non è stata instillata dalla Lega – dice Giancarlo Giorgetti, parlamentare della Lega. – Siamo lo specchio della società italiana. E’ nella cultura di questo paese isolarsi dal mondo esterno”.
La scorsa estate, il governo italiano – nel quale la Lega Nord gioca un ruolo determinante – ha introdotto il reato di immigrazione clandestina, triplicando il periodo (fino a sei mesi) durante il quale un immigrato può essere tenuto in carcere prima dell’espulsione. In gennaio, ha annunciato che porrà un limite del 30% al numero di studenti stranieri nelle scuole e nelle università.
Eppure queste politiche affrontano solo una parte del problema, e ignorano il fatto che gli immigranti adesso giocano un ruolo importante nell’economia italiana. Agli italiani non piace essere definiti razzisti, ma sarebbe difficile trovare un residente dalla pelle scura che sia d’accordo. Sono molti gli atteggiamenti che la nazione farebbe bene a mutare, cominciando a cambiare impostazione per quanto riguarda l’accoglienza degli immigrati: attualmente si tende a respingerli, bisognerebbe trovare il modo di integrarli. “Stiamo creando un gruppo di persone segregate, che reagiranno come hanno sempre reagito tutte le persone segregate” dice Sciortino.
Si prenda la risposta ufficiale alle violenze di Rosarno, che è suonata tristemente familiare. Il ministro dell’Interno Roberto Maroni, esponente di spicco della Lega Nord, ha dato la colpa di quanto accaduto al lassismo che esisterebbe nei rapporti con i lavoratori irregolari. “Per anni – ha detto – l’immigrazione illegale è stata tollerata, e non si è fatto niente di efficace contro di essa”. Non importa che, secondo la OIE, almeno la metà dei lavoratori evacuati da Rosarno, ora detenuti in centri di prima accoglienza, possegga documenti di lavoro. Quando alcune associazioni vicine a queste problematiche hanno ventilato la possibilità di uno sciopero degli immigrati per il primo di marzo, Maroni ha risposto che verrà arrestato ed espulso ogni irregolare che, quel giorno, venga trovato per strada.
Esiste, però, anche un’altra via. Domenico Lucano, sindaco di Riace, paesino a 60 chilometri a est di Rosarno, sull’altro versante delle aspre montagne della Sila, si è offerto di ospitare gran parte di quegli immigrati. “Ciò che è accaduto a Rosarno ci ha lasciati senza parole – ha detto. – Un pezzo di carta non può essere la differenza tra essere un uomo e non esserlo”.
Riace — un grappolo di casette fatte di mattoni e tegole che affaccia sul Mar Ionio – ha speso gli ultimi dieci anni cercando immigranti, nel tentativo di trovare nuova linfa vitale. Dieci anni fa, il piccolo paese, sito in una delle zone più depresse d’Italia, si stava rapidamente spopolando. Le case restavano vuote, le attività commerciali faticavano ad andare avanti. “Riace stava morendo – racconta Antonio Chillino, un macellaio del paese – i giovani se ne andavano. Cominciammo a chiederci: e ora? Chiudiamo e ce ne andiamo anche noi?”.
Fu allora che Lucano, eletto sindaco nel 2004, cominciò a reclutare nuovi residenti, avvantaggiandosi di un programma d’integrazione governativo rivolto ai rifugiati passati attraverso i centri di prima accoglienza italiani. “Un luogo di case senza abitanti si è incontrato con un gruppo di persone senza casa”, racconta il sindaco. Riace ospita adesso più di 40 immigrati con le loro famiglie, e lo scorso mese, insieme a due comunità limitrofe, ha iniziato ad accogliere 180 palestinesi provenienti da un campo profughi sul confine tra Siria e Iraq. “La gente qui capisce che i rifugiati possono essere una risorsa e non una minaccia – commenta Cosimo Curiale, che cura il programma per l’immigrazione del comune. – Con l’arrivo degli immigrati sono arrivati i bambini, che hanno salvato la scuola. Gli insegnanti vengono assunti. I macellai lavorano di più, così come i fornai e i tabaccai”.
Sfortunatamente, Riace resta un’eccezione. E anche se le vie ghiaiose risuonano del vociare dei bambini, il progetto di Lucano è lungi dall’essere sostenibile. Si basa sui fondi inviati dal governo per dare sostentamento ai nuovi residenti. Hanno cominciato ad arrivare le vittime delle violenze di Rosarno (“Se trovo un lavoro, mi fermo” dice uno di loro), ma il paese difficilmente ne accoglierà più di mezza dozzina, o riceverà fondi per mantenerli. Nel frattempo, la vecchia fabbrica conserviera di Rosarno, in cui diverse centinaia di immigrati avevano trovato una precaria sistemazione, è stata abbandonata. Macchie scure appena fuori i cancelli segnano i posti dove sono state appiccate le fiamme. Dentro i capannoni, i vestiti pendono dai macchinari. Un paio di polli razzolano sul pavimento in cemento. Resta qualche segno della comunità che popolava quel luogo – sedie in circolo, come se dovesse tenersi una riunione. Una stanza, i muri coperti da poster di Gesù, appare come se fosse stata sistemata per fungere da chiesa.
Nei frutteti vicini, immigrati nordafricani ed est-europei raccolgono frutta, praticamente nelle stesse condizioni della gente che hanno sostituito. E, conferma Despina Ivasenco, avvocato che difende gli immigranti di Rosarno, alcuni degli originali lavoratori africani sono già tornati: “La raccolta delle arance continua”. Con circa un quarto del Pil italiano proveniente dal sommerso, l’immigrazione illegale è virtualmente impossibile da controllare. “E molto difficile intervenire con decisione – spiega Sciortino – perché significherebbe intervenire con decisione su una struttura portante dell’economia italiana”. (Fine della prima puntata. Continua...)
Tratto da TIME
Traduzione di Enrico De Simone

Italia, è boom di immigrati

ROMA- Sono 3 milioni 700 mila gli immigrati regolari in Italia. Un numero aumentato del 21,6% - pari al 6,2% sulla popolazione complessiva (nell'Ue è il 5,6%) - in un anno e tale da collocare l'Italia, per ritmo di crescita, al vertice europeo. Lo stima il 17/o rapporto sull'immigrazione redatto dalla Caritas Italiana e dalla Fondazione Migrantes, presentato martedì.

Nel 2006 il trend di crescita (700 mila in un anno) è stato tale che, se sarà confermato, farà arrivare fra 20-30 anni gli stranieri a 10 milioni ed oltre. Novità di quest'anno, la presenza paritaria delle donne rispetto agli uomini (49,9%) e tale da essere maggioranza. Le uniche ad avere una prevalenza maschile sono solo Lombardia e Puglia. I minori sfiorano le 700 mila unità (18,4% del totale). Ogni 10 immigrati, 5 sono europei (la metà comunitari); 4 suddivisi fra africani e asiatici, 1 americano. L'aumento di 700 mila unità in un anno (un sesto rispetto all'anno precedente) è il numero complessivo di stranieri contati appena 5 anni fa, nel 2002. I rumeni, col 15,1% di presenza, è la comunità più numerosa; segue i marocchini (10,5%), gli albanesi (10,3%), gli ucraini (5,3%). Sei immigrati su 10 si trovano al nord; al centro c'è il 26,7%, al sud il 10,2% e nelle isole il 3,6%. In sei anni, dal 2000 al 2006, gli immigrati dall'Est sono saliti di 14 punti mentre l'Africa ne ha persi 5 e l'America 2.

Il rapporto segnala che negli ultimi due anni, la crescita «è stata fortissima» anche in assenza di regolarizzazioni ma facendo leva sulle quote di ingresso. Ad avere impresso questo ritmo sono il fabbisogno delle industrie e delle famiglie di manodopera aggiuntiva (540 mila domande), i ricongiungimenti familiari (poco meno di 100 mila) e le nuove nascite tra gli immigrati (quasi 60 mila). Se il ritmo di crescita continuerà anche nel biennio 2007-2008, la Lombardia passerebbe da 850 mila ad oltre un milione di presenze; il Veneto, l'Emilia Romagna e Roma supererebbero il mezzo milione di unità; il Piemonte sfiorerebbe le 400 mila, la Toscana le 350 mila. Sotto le 100 mila unità resterebbero solo il Trentino Alto Adige, l'Abruzzo, la Sardegna, la Basilicata, il Molise e la Valle d'Aosta.

Secondo un confronto tra dati ancora disomogenei, risulta che i primi cinque paesi di immigrazione europei sono la Germania (7.287.900 presenze), la Spagna (4.002.500), la Francia (3.263.200, ma sono dati relativi al 1999), il Regno Unito (3.066.100 presenze) e al quinto posto l'Italia con circa 2.300.000 presenze, un dato che però è sottostimato. Se dovessero essere confermate le stime più aggiornate della Caritas, l'Italia passerebbe immediatamente al terzo posto della classifica, subito dopo Germania e Spagna.

Gli occupati stranieri sono 1.348.000 (più della metà nei servizi e più di 1/3 nell'industria) - i 2/3 sono al nord - mentre i disoccupati sono 127 mila. L'aumento annuale dell' occupazione è stato di poco inferiore alle 200 mila unità; il tasso di attività è risultato essere del 73,7% (superiore di circa 12 punti di quello degli italiani), quello dell' occupazione dell'8,6%. Gli stranieri incidono per il 6,1% sul Pil; pagano quasi 1,87 miliardi di euro di tasse attraverso 2 milioni 300 mila dichiarazioni dei redditi. Più della metà delle donne (circa 700 mila) è impiegata nel lavoro domestico e di cura (molte lavorano in nero). Più di un quarto degli stranieri lavora in orari disagiati: il 19% la sera (dalle 20 alle 23), il 12% la notte (dopo le 23) e il 15% la domenica. L'85% lavora come dipendente. Gli imprenditori sono aumentati dell'8% (sono 141.393); per il 70% operano nel commercio e nelle costruzioni. Gli immigrati guadagnano in media 10.042 euro l'anno; nel 2006 le rimesse inviate dall'Italia hanno superato i 4,3 milioni di euro per una crescita annua dell'11,6%. La Romania, con 777 milioni di euro, è la prima destinazione dei flussi in uscita. L'atteggiamento degli immigrati nei confronti degli italiani è definito dal rapporto «benevolo»: la maggioranza afferma di stare bene in Italia; la difficoltà più grande riguarda trovare un affitto (57%). L'Ufficio nazionale antidiscriminazioni ha riscontrato lo scorso anno 218 casi di discriminazione razziale su 10 mila segnalazioni. Un matrimonio su 8 coinvolge ormai un cittadino straniero (solo nel 20% dei matrimoni misti sono protagoniste le donne italiane rispetto ai maschi); le coppie miste sono oltre 200 mila. Gli alunni stranieri sono oltre mezzo milione, il 5,6% della popolazione scolastica. Metà degli italiani continua ad essere contrario all'immigrazione anche se non è la prima loro preoccupazione, superata dalla precarietà del lavoro.

30 ottobre 2007

Preso da: http://www.corriere.it/cronache/07_ottobre_30/immigrati_boom_italia.shtml

Porzus, quel patriottismo che ancora divide Scritto da: Dino Messina alle 07:40

Il sette febbraio 1945, 66 anni fa, un centinaio di partigiani comunisti della Brigata Garibaldi, al comando di Mario Toffanin, detto Giacca, e di Fortunato Pagnutti, Dinamite, circondarono il gruppo di malghe a un’ora di cammino da Porzûs, a ovest di Cividale, dove si erano accampati i «fazzoletti verdi» della brigata Osoppo. Era questo un gruppo di partigiani, ma allora si autodefinivano patrioti, di ispirazione cattolica e liberale, che aveva come comandante il capitano Francesco De Gregori, omonimo e zio del cantautore. La missione ufficiale dei partigiani comunisti, almeno secondo una versione data successivamente, era di andare a prendere la «spia dei nazisti» Elda Turchetti, in realtà una umile donna senza responsabilità politiche, ma lo scopo vero era di far fuori quel gruppo che non accettava l’egemonia dei comunisti di Tito sul suolo italiano. Secondo un commissario politico della Garibaldi, Giovanni Padovan, l’ordine di eliminare tutti i componenti della Osoppo, tra cui Guido Pasolini, fratello del poeta Pier Paolo, partì direttamente dal comando sloveno.

Ieri i 21 «fazzoletti verdi» uccisi sono stati ricordati in una cerimonia a Canebola di Faedis (Udine). Le Malghe Porzûs sono finalmente state dichiarate dal ministero dei Beni culturali luogo di interesse nazionale dopo che l’anno scorso le motivazioni redatte da funzionari regionali erano state ritirate perché risultavano superficiali, faziose e copiate qua e là dall’enciclopedia online Wikipedia. A denunciare il fatto era stato lo stesso sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Carlo Giovanardi, che ieri durante la cerimonia ha polemicamente ricordato che «la nostra libertà e la nostra Costituzione sono nate dal sacrificio di quelli che combatterono il fascismo e il nazismo, ma che qui persero la vita uccisi dai comunisti». Impostazione che non è stata condivisa dalla europarlamentare del Pd Debora Serracchiani secondo cui «il sangue versato alle Malghe Porzûs appartiene a tutti gli italiani».


Questa polemica tra chi sottolinea le differenze all’interno della Resistenza e chi cerca la memoria condivisa non intacca l’unanimità nella richiesta di far diventare le Malghe Porzûs monumento nazionale, un passo ulteriore rispetto al provvedimento ministeriale. Sarebbe bello, hanno auspicato politici locali e la medaglia d’oro al valor militare Paola Del Din, che la dichiarazione di monumento nazionale fosse contestuale alla visita a Porzûs del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. «Eravamo patrioti — dice Paola Del Din, partigiana osovara che nei giorni della strage era in missione al Sud per portare un messaggio agli Alleati — e non a caso avevamo scelto per la nostra formazione il nome di Osoppo, il paese che nel 1848 si era battuto contro gli austriaci».

Nel centocinquantenario dell’unità italiana, di patriottismo, in particolare del contributo al Risorgimento della comunità istriano-dalmata, si parla anche in vista del Giorno del Ricordo, che in base a una legge del 2004, dopo oltre mezzo secolo di oblio, si celebra ogni 10 febbraio. Lo scopo è tener viva la memoria degli italiani che finirono infoibati, gettati cioè nelle cavità carsiche dalle milizie di Tito tra il 1943 e il 1945, perseguitati, o che a migliaia dovettero abbandonare esuli le terre dell’Istria e della Dalmazia dopo il trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947. Giovedì 10 alle ore 11 il Giorno del Ricordo sarà celebrato al Quirinale alla presenza di Giorgio Napolitano. A parlare di esilio sarà Enzo Bettiza.
Ma in Val Brembana, a Camerata Cornello, un circolo Arci ha scelto di celebrare il Giorno del Ricordo con l’inaugurazione di una mostra sui crimini fascisti in Jugoslavia tra il 1941 e il ’45. Un’iniziativa che farà discutere.

Preso da: http://lanostrastoria.corriere.it/2011/02/porzus-quel-patriottismo-che-a.html

Immigrati d’Italia - Lavoro e integrazione di Zeffiro Ciuffoletti

Tra il 1860 e il 1973 sono emigrati dall’Italia circa ventiquattro milioni di persone.
Un terzo delle quali si è stabilito all’estero in maniera definitiva. Per cui l’Italia ha conosciuto
tutta la catena della speranza e della sofferenza legate all’esodo, ma non ha dovuto, come altri paesi, preoccuparsi di regolare e disciplinare il fenomeno inverso: quello dell’immigrazione.
Quando l’emigrazione italiana è cessata e l’Italia ha cambiato volto, diventando un paese, che pur fra diversi squilibri, si è collocato fra i paesi più industrializzati del mondo, non era preparata ad accogliere il crescente flusso di genti diverse che approdavano nella penisola dalla terra e dal mare.
In più l’Italia, dopo il “miracolo economico” ha subito una rivoluzione demografica e culturale di dimensioni semplicemente straordinarie. In pochi decenni è diventato il paese più vecchio d’Europa, il secondo al mondo dopo il Giappone con 141 “over 65” ogni cento giovani, con 71 pensionati ogni cento occupati. La famiglia allargata italiana si è liquefatta. Dagli anni Settanta in poi la fecondità in Italia è scesa sotto quello che i demografi definiscono il livello di sostituzione, cioè la soglia di due figli per donna in grado di garantire la stabilità della popolazione. Oggi siamo a poco più di 1,2 per donna in età feconda. Inoltre l’Italia è ai primi posti nel mondo per la graduatoria della speranza di vita: 78,3 anni per gli uomini e 84 per le donne.
I pochi giovani italiani che studiano e rimangono a lungo in famiglia, rifiutano molti lavori e così si aprono vuoti che l’immigrazione in parte riempirà, così come molti immigrati, donne specialmente, anche irregolari, riempiono il vuoto di assistenza agli anziani soli e spesso disabili a cui le famiglie non possono prestare la continuità di compagnia e di aiuto necessario. Né le strutture sociali riescono a fronteggiare la domanda di assistenza agli anziani. Le tesi favorevoli e contrarie all’immigrazione, a volte non tengono conto delle situazioni che spingono a emigrare, oggi rese più forti dall’erosione culturale e sociale, dalle guerre tribali, dalle malattie che intervengono in molte aree di quello che è diventato il “villaggio globale” nel pieno di un processo di sviluppo e di espansione dei mercati d’intensità mai registrata in precedenza. Così come non si considerano tutti i vantaggi che possono derivare dall’immigrazione in paesi “post industriali” a forte calo demografico. Inoltre quello dell’immigrazione è un fenomeno che ubbidisce a leggi complesse, che alimentano cicli di forte intensità che è difficile pensare di disciplinare.
L’Italia, per ragioni geografiche facilmente comprensibili, ma anche per la rapidità dei mutamenti sociali e forse anche per una certa contraddittorietà nella gestione dei flussi, è diventato uno dei paesi ad alta immigrazione sia legale che illegale. Al primo gennaio 2006, gli stranieri presenti in Italia con un regolare permesso di soggiorno erano due milioni e 768mila, pari al 4,7% dei residenti complessivi del paese, mentre per l’immigrazione clandestina non si dispone di dati certi, ma presumibilmente è molto alta.
Due terzi di questi nuovi cittadini, prodotti dall’immigrazione regolare, provengono da 15 paesi di ogni area del pianeta: un terzo è composto da rumeni (271mila), albanesi (257mila), marocchini (240mila) e poi ci sono i cinesi con più di 100mila presenze.
Come ha scritto un noto sociologo (A. Giddens), quasi tutti gli Stati europei vogliono porre dei limiti al numero di lavoratori non qualificati che entrano nei vari paesi e, allo stesso tempo, cercano di incrementare il numero dei lavoratori qualificati. Quasi tutti hanno introdotto delle quote, ma quelle dei lavoratori non qualificati vengono regolarmente superate, mentre quelle inerenti i lavoratori qualificati raramente vengono raggiunte. Tuttavia, se si esclude l’immigrazione clandestina che producefe nomeni gravi in ogni campo della vita sociale e rovina l’immagine dei lavoratori stranieri regolari che vengono per cercare lavoro, l’immigrazione porta benefici economici alla società ospitante. Gli immigrati aumentano l’offerta di manodopera e molti
di loro sono disposti a lavorare anche in settori disagevoli, abbandonati dalla manodopera domestica. Inoltre, il lavoro rappresenta, come sanno tutti gli studiosi dell’emigrazione, un potente veicolo di integrazione sia culturale che sociale, anche se alcune comunità tendono a conservare la loro specifica identità.
Oggi la questione dell’identità può rappresentare un problema ma tutte le identità non
sono né univoche, né immutabili, né quella degli italiani, peraltro così composita, né
quella degli stranieri. Tuttavia, non c’è dubbio che la cultura italiana e la lingua italiana
possono rappresentare nei loro connotati umanistici e cristiani una grande risorsa identitaria così come i valori democratici posti a base della costituzione repubblicana.
Quei principi e quei valori, basati sulla centralità della persona umana e sulle regole dello stato di diritto, costituiscono la base della convivenza, così come il lavoro e l’uguaglianza delle possibilità sono una delle vie più importanti dell’integrazione sociale e culturale. La questione della cittadinanza diventa fondamentale e l’iter per ottenerla dovrebbe essere severo (diritti-doveri), ma anche relativamente chiaro e breve, specialmente per i figli degli immigrati, cioè per quelli che vengono definiti di prima generazione. Molti immigrati, quindi, puntano sul lavoro mirano a costituire imprese familiari per realizzare le loro aspettative e per accedere alla cittadinanza che poi vuol dire accettazione dei valori e dei principi della costituzione.
Negli ultimi anni si sono formate anche in Italia molte piccole imprese, spesso familiari (189mila dati ISTAT, 2005) gestite da stranieri. In particolare queste imprese operano nei settori del turismo, nella ristorazione, nei servizi, specialmente quelli alla persona, nel commercio, nelle pulizie ecc. Tutto questo attesta un desiderio ed un’etica del lavoro di cui gli immigrati sono portatori e che, spesso, manca ai giovani italiani o che è simile a quello che molte famiglie di italiani in un recente passato avevano dimostrato.
Con le rimesse, poi, gli immigrati trasferiscono circa tre milioni di euro (2004) nei paesid’origine, favorendone lo sviluppo e aiutando molte famiglie ad uscire dalla povertà o alimentando il fenomeno del ricongiungimento familiare in senso positivo. Persino la lieve ripresa demografica di questi ultimi anni si deve in gran parte agli immigrati che garantiscono il 10% delle nascite in Italia. Nel futuro dell’Italia, come in quello dell’Europa è ormai inscritto il fenomeno dell’immigrazione con tutti i problemi di cultura e di identità che esso comporta, ma se gli italiani e gli europei riusciranno a guardare con equanimità a questo grandioso fenomeno sociale si potranno trovare le soluzioni politiche più adeguate all’integrazione e alla convivenza civile. Raccontare visivamente l’immigrazione e gli articolati e non lineari processi dell’integrazione, visto che tutti i modelli storici sono stati messi in discussione dall’irruzione delle paure indotte dal fenomeno dell’integralismo islamico, non è facile.
Tuttavia, non c’è alcun dubbio che dare visibilità agli aspetti meno noti e clamorosi dell’immigrazione può rappresentare una sfida positiva. Le stesse ambiguità che caratterizzano
da sempre lo statuto comunicativo della fotografia possono assumere un valore emblematico nel caso dell’immigrazione, che spesso viene rappresentata dai media e dalla televisione nei suoi aspetti più drammatici e dolorosi. Quello che con questo volume di fotografie antiche e recenti si è voluto fare, per superare le ambiguità di cui parlavamo, è di restituire all’immigrazione il suo volto più umano, costruendo intorno all’immagine e attraverso l’immagine, dei “sistemi di racconto” che aiutino a narrare visivamente questo importante fenomeno sociale.

Zeffiro Ciuffolotti