martedì 8 febbraio 2011

Italia, è boom di immigrati

ROMA- Sono 3 milioni 700 mila gli immigrati regolari in Italia. Un numero aumentato del 21,6% - pari al 6,2% sulla popolazione complessiva (nell'Ue è il 5,6%) - in un anno e tale da collocare l'Italia, per ritmo di crescita, al vertice europeo. Lo stima il 17/o rapporto sull'immigrazione redatto dalla Caritas Italiana e dalla Fondazione Migrantes, presentato martedì.

Nel 2006 il trend di crescita (700 mila in un anno) è stato tale che, se sarà confermato, farà arrivare fra 20-30 anni gli stranieri a 10 milioni ed oltre. Novità di quest'anno, la presenza paritaria delle donne rispetto agli uomini (49,9%) e tale da essere maggioranza. Le uniche ad avere una prevalenza maschile sono solo Lombardia e Puglia. I minori sfiorano le 700 mila unità (18,4% del totale). Ogni 10 immigrati, 5 sono europei (la metà comunitari); 4 suddivisi fra africani e asiatici, 1 americano. L'aumento di 700 mila unità in un anno (un sesto rispetto all'anno precedente) è il numero complessivo di stranieri contati appena 5 anni fa, nel 2002. I rumeni, col 15,1% di presenza, è la comunità più numerosa; segue i marocchini (10,5%), gli albanesi (10,3%), gli ucraini (5,3%). Sei immigrati su 10 si trovano al nord; al centro c'è il 26,7%, al sud il 10,2% e nelle isole il 3,6%. In sei anni, dal 2000 al 2006, gli immigrati dall'Est sono saliti di 14 punti mentre l'Africa ne ha persi 5 e l'America 2.

Il rapporto segnala che negli ultimi due anni, la crescita «è stata fortissima» anche in assenza di regolarizzazioni ma facendo leva sulle quote di ingresso. Ad avere impresso questo ritmo sono il fabbisogno delle industrie e delle famiglie di manodopera aggiuntiva (540 mila domande), i ricongiungimenti familiari (poco meno di 100 mila) e le nuove nascite tra gli immigrati (quasi 60 mila). Se il ritmo di crescita continuerà anche nel biennio 2007-2008, la Lombardia passerebbe da 850 mila ad oltre un milione di presenze; il Veneto, l'Emilia Romagna e Roma supererebbero il mezzo milione di unità; il Piemonte sfiorerebbe le 400 mila, la Toscana le 350 mila. Sotto le 100 mila unità resterebbero solo il Trentino Alto Adige, l'Abruzzo, la Sardegna, la Basilicata, il Molise e la Valle d'Aosta.

Secondo un confronto tra dati ancora disomogenei, risulta che i primi cinque paesi di immigrazione europei sono la Germania (7.287.900 presenze), la Spagna (4.002.500), la Francia (3.263.200, ma sono dati relativi al 1999), il Regno Unito (3.066.100 presenze) e al quinto posto l'Italia con circa 2.300.000 presenze, un dato che però è sottostimato. Se dovessero essere confermate le stime più aggiornate della Caritas, l'Italia passerebbe immediatamente al terzo posto della classifica, subito dopo Germania e Spagna.

Gli occupati stranieri sono 1.348.000 (più della metà nei servizi e più di 1/3 nell'industria) - i 2/3 sono al nord - mentre i disoccupati sono 127 mila. L'aumento annuale dell' occupazione è stato di poco inferiore alle 200 mila unità; il tasso di attività è risultato essere del 73,7% (superiore di circa 12 punti di quello degli italiani), quello dell' occupazione dell'8,6%. Gli stranieri incidono per il 6,1% sul Pil; pagano quasi 1,87 miliardi di euro di tasse attraverso 2 milioni 300 mila dichiarazioni dei redditi. Più della metà delle donne (circa 700 mila) è impiegata nel lavoro domestico e di cura (molte lavorano in nero). Più di un quarto degli stranieri lavora in orari disagiati: il 19% la sera (dalle 20 alle 23), il 12% la notte (dopo le 23) e il 15% la domenica. L'85% lavora come dipendente. Gli imprenditori sono aumentati dell'8% (sono 141.393); per il 70% operano nel commercio e nelle costruzioni. Gli immigrati guadagnano in media 10.042 euro l'anno; nel 2006 le rimesse inviate dall'Italia hanno superato i 4,3 milioni di euro per una crescita annua dell'11,6%. La Romania, con 777 milioni di euro, è la prima destinazione dei flussi in uscita. L'atteggiamento degli immigrati nei confronti degli italiani è definito dal rapporto «benevolo»: la maggioranza afferma di stare bene in Italia; la difficoltà più grande riguarda trovare un affitto (57%). L'Ufficio nazionale antidiscriminazioni ha riscontrato lo scorso anno 218 casi di discriminazione razziale su 10 mila segnalazioni. Un matrimonio su 8 coinvolge ormai un cittadino straniero (solo nel 20% dei matrimoni misti sono protagoniste le donne italiane rispetto ai maschi); le coppie miste sono oltre 200 mila. Gli alunni stranieri sono oltre mezzo milione, il 5,6% della popolazione scolastica. Metà degli italiani continua ad essere contrario all'immigrazione anche se non è la prima loro preoccupazione, superata dalla precarietà del lavoro.

30 ottobre 2007

Preso da: http://www.corriere.it/cronache/07_ottobre_30/immigrati_boom_italia.shtml

Porzus, quel patriottismo che ancora divide Scritto da: Dino Messina alle 07:40

Il sette febbraio 1945, 66 anni fa, un centinaio di partigiani comunisti della Brigata Garibaldi, al comando di Mario Toffanin, detto Giacca, e di Fortunato Pagnutti, Dinamite, circondarono il gruppo di malghe a un’ora di cammino da Porzûs, a ovest di Cividale, dove si erano accampati i «fazzoletti verdi» della brigata Osoppo. Era questo un gruppo di partigiani, ma allora si autodefinivano patrioti, di ispirazione cattolica e liberale, che aveva come comandante il capitano Francesco De Gregori, omonimo e zio del cantautore. La missione ufficiale dei partigiani comunisti, almeno secondo una versione data successivamente, era di andare a prendere la «spia dei nazisti» Elda Turchetti, in realtà una umile donna senza responsabilità politiche, ma lo scopo vero era di far fuori quel gruppo che non accettava l’egemonia dei comunisti di Tito sul suolo italiano. Secondo un commissario politico della Garibaldi, Giovanni Padovan, l’ordine di eliminare tutti i componenti della Osoppo, tra cui Guido Pasolini, fratello del poeta Pier Paolo, partì direttamente dal comando sloveno.

Ieri i 21 «fazzoletti verdi» uccisi sono stati ricordati in una cerimonia a Canebola di Faedis (Udine). Le Malghe Porzûs sono finalmente state dichiarate dal ministero dei Beni culturali luogo di interesse nazionale dopo che l’anno scorso le motivazioni redatte da funzionari regionali erano state ritirate perché risultavano superficiali, faziose e copiate qua e là dall’enciclopedia online Wikipedia. A denunciare il fatto era stato lo stesso sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Carlo Giovanardi, che ieri durante la cerimonia ha polemicamente ricordato che «la nostra libertà e la nostra Costituzione sono nate dal sacrificio di quelli che combatterono il fascismo e il nazismo, ma che qui persero la vita uccisi dai comunisti». Impostazione che non è stata condivisa dalla europarlamentare del Pd Debora Serracchiani secondo cui «il sangue versato alle Malghe Porzûs appartiene a tutti gli italiani».


Questa polemica tra chi sottolinea le differenze all’interno della Resistenza e chi cerca la memoria condivisa non intacca l’unanimità nella richiesta di far diventare le Malghe Porzûs monumento nazionale, un passo ulteriore rispetto al provvedimento ministeriale. Sarebbe bello, hanno auspicato politici locali e la medaglia d’oro al valor militare Paola Del Din, che la dichiarazione di monumento nazionale fosse contestuale alla visita a Porzûs del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. «Eravamo patrioti — dice Paola Del Din, partigiana osovara che nei giorni della strage era in missione al Sud per portare un messaggio agli Alleati — e non a caso avevamo scelto per la nostra formazione il nome di Osoppo, il paese che nel 1848 si era battuto contro gli austriaci».

Nel centocinquantenario dell’unità italiana, di patriottismo, in particolare del contributo al Risorgimento della comunità istriano-dalmata, si parla anche in vista del Giorno del Ricordo, che in base a una legge del 2004, dopo oltre mezzo secolo di oblio, si celebra ogni 10 febbraio. Lo scopo è tener viva la memoria degli italiani che finirono infoibati, gettati cioè nelle cavità carsiche dalle milizie di Tito tra il 1943 e il 1945, perseguitati, o che a migliaia dovettero abbandonare esuli le terre dell’Istria e della Dalmazia dopo il trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947. Giovedì 10 alle ore 11 il Giorno del Ricordo sarà celebrato al Quirinale alla presenza di Giorgio Napolitano. A parlare di esilio sarà Enzo Bettiza.
Ma in Val Brembana, a Camerata Cornello, un circolo Arci ha scelto di celebrare il Giorno del Ricordo con l’inaugurazione di una mostra sui crimini fascisti in Jugoslavia tra il 1941 e il ’45. Un’iniziativa che farà discutere.

Preso da: http://lanostrastoria.corriere.it/2011/02/porzus-quel-patriottismo-che-a.html

Immigrati d’Italia - Lavoro e integrazione di Zeffiro Ciuffoletti

Tra il 1860 e il 1973 sono emigrati dall’Italia circa ventiquattro milioni di persone.
Un terzo delle quali si è stabilito all’estero in maniera definitiva. Per cui l’Italia ha conosciuto
tutta la catena della speranza e della sofferenza legate all’esodo, ma non ha dovuto, come altri paesi, preoccuparsi di regolare e disciplinare il fenomeno inverso: quello dell’immigrazione.
Quando l’emigrazione italiana è cessata e l’Italia ha cambiato volto, diventando un paese, che pur fra diversi squilibri, si è collocato fra i paesi più industrializzati del mondo, non era preparata ad accogliere il crescente flusso di genti diverse che approdavano nella penisola dalla terra e dal mare.
In più l’Italia, dopo il “miracolo economico” ha subito una rivoluzione demografica e culturale di dimensioni semplicemente straordinarie. In pochi decenni è diventato il paese più vecchio d’Europa, il secondo al mondo dopo il Giappone con 141 “over 65” ogni cento giovani, con 71 pensionati ogni cento occupati. La famiglia allargata italiana si è liquefatta. Dagli anni Settanta in poi la fecondità in Italia è scesa sotto quello che i demografi definiscono il livello di sostituzione, cioè la soglia di due figli per donna in grado di garantire la stabilità della popolazione. Oggi siamo a poco più di 1,2 per donna in età feconda. Inoltre l’Italia è ai primi posti nel mondo per la graduatoria della speranza di vita: 78,3 anni per gli uomini e 84 per le donne.
I pochi giovani italiani che studiano e rimangono a lungo in famiglia, rifiutano molti lavori e così si aprono vuoti che l’immigrazione in parte riempirà, così come molti immigrati, donne specialmente, anche irregolari, riempiono il vuoto di assistenza agli anziani soli e spesso disabili a cui le famiglie non possono prestare la continuità di compagnia e di aiuto necessario. Né le strutture sociali riescono a fronteggiare la domanda di assistenza agli anziani. Le tesi favorevoli e contrarie all’immigrazione, a volte non tengono conto delle situazioni che spingono a emigrare, oggi rese più forti dall’erosione culturale e sociale, dalle guerre tribali, dalle malattie che intervengono in molte aree di quello che è diventato il “villaggio globale” nel pieno di un processo di sviluppo e di espansione dei mercati d’intensità mai registrata in precedenza. Così come non si considerano tutti i vantaggi che possono derivare dall’immigrazione in paesi “post industriali” a forte calo demografico. Inoltre quello dell’immigrazione è un fenomeno che ubbidisce a leggi complesse, che alimentano cicli di forte intensità che è difficile pensare di disciplinare.
L’Italia, per ragioni geografiche facilmente comprensibili, ma anche per la rapidità dei mutamenti sociali e forse anche per una certa contraddittorietà nella gestione dei flussi, è diventato uno dei paesi ad alta immigrazione sia legale che illegale. Al primo gennaio 2006, gli stranieri presenti in Italia con un regolare permesso di soggiorno erano due milioni e 768mila, pari al 4,7% dei residenti complessivi del paese, mentre per l’immigrazione clandestina non si dispone di dati certi, ma presumibilmente è molto alta.
Due terzi di questi nuovi cittadini, prodotti dall’immigrazione regolare, provengono da 15 paesi di ogni area del pianeta: un terzo è composto da rumeni (271mila), albanesi (257mila), marocchini (240mila) e poi ci sono i cinesi con più di 100mila presenze.
Come ha scritto un noto sociologo (A. Giddens), quasi tutti gli Stati europei vogliono porre dei limiti al numero di lavoratori non qualificati che entrano nei vari paesi e, allo stesso tempo, cercano di incrementare il numero dei lavoratori qualificati. Quasi tutti hanno introdotto delle quote, ma quelle dei lavoratori non qualificati vengono regolarmente superate, mentre quelle inerenti i lavoratori qualificati raramente vengono raggiunte. Tuttavia, se si esclude l’immigrazione clandestina che producefe nomeni gravi in ogni campo della vita sociale e rovina l’immagine dei lavoratori stranieri regolari che vengono per cercare lavoro, l’immigrazione porta benefici economici alla società ospitante. Gli immigrati aumentano l’offerta di manodopera e molti
di loro sono disposti a lavorare anche in settori disagevoli, abbandonati dalla manodopera domestica. Inoltre, il lavoro rappresenta, come sanno tutti gli studiosi dell’emigrazione, un potente veicolo di integrazione sia culturale che sociale, anche se alcune comunità tendono a conservare la loro specifica identità.
Oggi la questione dell’identità può rappresentare un problema ma tutte le identità non
sono né univoche, né immutabili, né quella degli italiani, peraltro così composita, né
quella degli stranieri. Tuttavia, non c’è dubbio che la cultura italiana e la lingua italiana
possono rappresentare nei loro connotati umanistici e cristiani una grande risorsa identitaria così come i valori democratici posti a base della costituzione repubblicana.
Quei principi e quei valori, basati sulla centralità della persona umana e sulle regole dello stato di diritto, costituiscono la base della convivenza, così come il lavoro e l’uguaglianza delle possibilità sono una delle vie più importanti dell’integrazione sociale e culturale. La questione della cittadinanza diventa fondamentale e l’iter per ottenerla dovrebbe essere severo (diritti-doveri), ma anche relativamente chiaro e breve, specialmente per i figli degli immigrati, cioè per quelli che vengono definiti di prima generazione. Molti immigrati, quindi, puntano sul lavoro mirano a costituire imprese familiari per realizzare le loro aspettative e per accedere alla cittadinanza che poi vuol dire accettazione dei valori e dei principi della costituzione.
Negli ultimi anni si sono formate anche in Italia molte piccole imprese, spesso familiari (189mila dati ISTAT, 2005) gestite da stranieri. In particolare queste imprese operano nei settori del turismo, nella ristorazione, nei servizi, specialmente quelli alla persona, nel commercio, nelle pulizie ecc. Tutto questo attesta un desiderio ed un’etica del lavoro di cui gli immigrati sono portatori e che, spesso, manca ai giovani italiani o che è simile a quello che molte famiglie di italiani in un recente passato avevano dimostrato.
Con le rimesse, poi, gli immigrati trasferiscono circa tre milioni di euro (2004) nei paesid’origine, favorendone lo sviluppo e aiutando molte famiglie ad uscire dalla povertà o alimentando il fenomeno del ricongiungimento familiare in senso positivo. Persino la lieve ripresa demografica di questi ultimi anni si deve in gran parte agli immigrati che garantiscono il 10% delle nascite in Italia. Nel futuro dell’Italia, come in quello dell’Europa è ormai inscritto il fenomeno dell’immigrazione con tutti i problemi di cultura e di identità che esso comporta, ma se gli italiani e gli europei riusciranno a guardare con equanimità a questo grandioso fenomeno sociale si potranno trovare le soluzioni politiche più adeguate all’integrazione e alla convivenza civile. Raccontare visivamente l’immigrazione e gli articolati e non lineari processi dell’integrazione, visto che tutti i modelli storici sono stati messi in discussione dall’irruzione delle paure indotte dal fenomeno dell’integralismo islamico, non è facile.
Tuttavia, non c’è alcun dubbio che dare visibilità agli aspetti meno noti e clamorosi dell’immigrazione può rappresentare una sfida positiva. Le stesse ambiguità che caratterizzano
da sempre lo statuto comunicativo della fotografia possono assumere un valore emblematico nel caso dell’immigrazione, che spesso viene rappresentata dai media e dalla televisione nei suoi aspetti più drammatici e dolorosi. Quello che con questo volume di fotografie antiche e recenti si è voluto fare, per superare le ambiguità di cui parlavamo, è di restituire all’immigrazione il suo volto più umano, costruendo intorno all’immagine e attraverso l’immagine, dei “sistemi di racconto” che aiutino a narrare visivamente questo importante fenomeno sociale.

Zeffiro Ciuffolotti